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PANICILLI

Piacevano molto a Gabriele D’Annunzio, che li ha
descritti nella Leda senza cigno, e perciò molti li chiamano Panicilli
di D’Annunzio. Sono dei dolci tipici della riviera, strettamente legati
al cedro perché la loro preparazione richiede tassativamente
l’utilizzazione di foglie di questo agrume. Per tutto l’Ottocento e fino
alla metà del Novecento, questa lavorazione è stata importantissima per
la fragile economia locale. Ancora negli anni Cinquanta, molte famiglie
di Diamante vivevano con i panicilli che si facevano nelle case ed erano
esportati in tutto il mondo. Negli ultimi anni la lavorazione dei
panicilli ha subito un grosso calo fino al rischio d’estinzione. Di
recente, sono sorte piccole aziende artigiane che hanno capito
l’importanza di questa specialità e stanno lavorando benissimo per
produrla e rilanciarla sui mercati. Per fare i panicilli ci vuole
innanzitutto la materia prima, l’uva zibibbo che si produce nel
territorio di Verbicaro, molto ricca di zucchero, scarsamente acida e
possibilmente di varietà apirena. Per trasformare l’uva zibibbo in
passuli sono necessarie una serie d’operazioni consolidate dalla
tradizione locale che ha sempre dato buoni risultati.

La prima operazione che viene fatta è quella
della cosiddetta lessia (lisciviatura): i grappoli, legati con un
sottile spago, sono infilati su di un bastone ed immersi per poco tempo
in una soluzione d’acqua calda e cenere di legno, così come anticamente
si faceva per il bucato, quest’operazione formerà sugli acini un velo di
cenere che avrà la funzione di disinfettare il frutto e di renderlo
inattaccabile da insetti e parassiti. Si passano poi questi grappoli,
così trattati nello spannituro (stenditoio), per completare
l’essiccazione. In questo modo gli acini conservano un certo grado
d’umidità e gli zuccheri restano inalterati. La successiva operazione è
quella della deraspatura che, nel contempo avrà anche la funzione di
selezione permettendo di scartare prodotto non perfetto da destinare ad
altri usi.Ultimata la deraspatura, si passa al lavaggio del prodotto ed
alla confezione dei panicilli. Gli acini, nel numero di almeno venti per
ogni confezione, sono avvolti nelle foglie di cedro strettamente legati
con virgulti di ginestra e passati nel forno caldo. Le foglie devono
essere tassativamente di cedro. Sono queste, infatti, che oltre a
proteggere il prodotto gli trasmettono l’inconfondibile profumo di
cedro. Il calore del forno provoca lo scioglimento dello zucchero
contenuto negli acini che fa da legante, rendendo il prodotto finito
compatto, tanto che all’atto del consumo sarà necessario staccare gli
acini uno ad uno. Molti aromatizzano i panicilli con pezzetti di cedro
giallo non candito per conferirgli il sapore caratteristico di quest’eccezionale
agrume.
PEPERONCINO

Il peperoncino è un elemento essenziale nella
cucina calabrese. È raro trovare in Calabria un piatto, una specialità
gastronomica nella quale non ci sia il peperoncino, fresco, seccato al
sole o macinato. Tanto che è impossibile pensare alla tipicità
alimentare calabrese senza il peperoncino. Il legame è forte a tal punto
che in molti pensano che il peperoncino sia una pianta originaria della
Calabria. Il peperoncino invece è un ortaggio scoperto da Cristoforo
Colombo nelle Indie occidentali e portato in Europa a bordo delle sue
caravelle nel 1496. Dapprima in Spagna e poi in tutti gli altri paesi
del continente. Da qui successivamente in Africa e in Asia attraverso la
via portoghese delle spezie. Questa vastissima peregrinazione per le vie
del mondo non è l’unica stranezza di un frutto che quando è fresco viene
considerato una verdura e quando è macinato diventa una spezia. Certo è
che in questo ultimo secolo il peperoncino ha conquistato i gusti di
tutti i popoli fino a diventare il condimento più usato nel mondo dopo
il sale marino. La cucina povera ha subito trovato nel peperoncino un
prezioso alleato che oltre ad essere meno costoso delle spezie
orientali, si è rivelato subito un ottimo conservante dei cibi e dava
sapore e colore ai piatti che non l’avevano conferendo un’insolita
ricchezza soprattutto ai piatti poveri della cucina contadina.
Grazie alle sue virtù e alla sua facilità di
attecchimento il peperoncino si è diffuso nei paesi del Mediterraneo ed
è diventato l’anima della cosiddetta dieta mediterranea. Ed è proprio
questa la chiave di lettura per capire il forte connubio fra il
peperoncino e la Calabria dove è forte la tradizione contadina con una
varietà di piatti poveri fatti di verdure, legumi e olio di oliva. In
tutti i paesi calabresi il peperoncino viene coltivato e ogni casa,
trattoria, ristorante ha la caratteristica collana appesa a porte e
finestre per far meglio essiccare i frutti e averli sempre a portata di
mano. In Calabria però non ci sono ancora vere e proprie culture
intensive anche se c’è qualche coltivazione nella piana di S. Marco
Argentano, Bisignano, Doria, Corigliano in provincia di Cosenza e
inoltre a Crotone e dintorni. Dovunque una produzione artigianale
diffusissima ed apprezzata ma che non ha ancora fatto il definitivo
salto verso l’industria. Sono tali e tante le specialità gastronomiche
calabresi col peperoncino che non è facile passarle tutte in rassegna.
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I Diamantesi, come scrive Leopoldo Pagano,
usano mangiare le olive in tre maniere: con l’origano, “a raganella”
fritte con aglio ed olio, alla concia, addolcite in acqua e calce, e
pestate, “ammaccate” con seme di finocchio e peperoncino. In tutte e tre
le maniere riescono gustose e buone per facilitare la digestione. A
tavola però il posto d’onore spetta al cedro. Candito, trasformato in
granita oppure in liquore attraverso l’infusione della corteccia del
frutto in alcool puro. Famosi in tutto il mondo i “panicilli”, i panini
di uva passa descritti magistralmente da Gabriele D’Annunzio nella “Leda
senza cigno”. L’uva passita viene avvolta nelle foglie di cedro insieme
a qualche pezzetto di cedro candito, poi questi involtini vengono
passati nel forno a legna. Dolci tradizionali sono le “chinule”,
ravioloni fritti farciti di crema al cioccolato, che si fanno in casa
per le feste di Natale. Il paese ha origini recenti. Fondato nel 1642 come pertinenza dello stato di Belvedere, Diamante appartenne ai Carafa
fino al 1806. Non vanta particolar origini storiche. Si è affermato
negli ultimi anni come una delle più importanti stazioni balneari della
Calabria. A Diamante c’è la sede nazionale dell’Accademia Italiana del
peperoncino che opera in tutta Italia. Interessanti, nel centro storico,
i murales di pittori provenienti da tutta Italia e dall’estero. Il
comune comprende inoltre la frazione di Cirella, assai nota per i ruderi
della città vecchia distrutta da Annibale, poi dai Saraceni, dal
Barbarossa e definitivamente nel 1806 dai Francesi che la
cannoneggiarono dal mare. Sia il centro storico che la parte nuova e la
frazione di Cirella si trovano sulla costa. Sono comodamente
raggiungibili dalla supestrada.
CEDRO
Fra tutti i prodotti tipici italiani, il cedro è fra i più importanti. E
dire cedro significa Riviera dei Cedri. Perché tutta, o quasi tutta, la
produzione nazionale proviene dalla piccola fascia di costa calabrese
compresa fra Tortora e Cetraro che proprio da questo agrume ha preso il
suo nome. E’ una pianta antichissima, conosciuta già al tempo degli
Egiziani, quattromila anni fa, che da lì si è sparsa nel mondo legandosi
strettamente alle tradizioni e alle emigrazioni ebraiche. Furono,
infatti, gli Ebrei che ne diffusero la coltivazione prima in Palestina e
poi in tutte le altre regioni dove furono costretti ad emigrare per
sfuggire alle deportazioni; a cominciare da quelle in Babilonia,
settecento anni prima di Cristo, fino alla persecuzione di Nabucondosor
un centinaio di anni dopo e alla più tarda disseminazione conosciuta col
nome di Diaspora. Dio aveva detto a Mosè: “Prenderete i frutti
dell’albero più bello, dei rami di palma e dell’albero più frondoso, dei
salici del torrente e vi rallegrerete dinnanzi al Signore Dio vostro”.
Per gli ebrei, i frutti dell’albero più bello sono i cedri. Senza di
questi la festa delle capanne non si poteva fare e perciò se ne
portarono dietro i segreti della coltivazione, dovunque andassero. Così
il cedro è arrivato in Grecia intorno al VI secolo A. C. insieme ai
profughi provenienti dalle regioni assire e da lì è passato in Turchia,
in Albania ed a Corfù. In Italia ha fatto la sua apparizione due o
trecento anni prima di Cristo per opera di quegli Ebrei ellenizzati che
sicuramente avevano seguito gli Achei fondatori delle colonie agricole
di Metaponto, Sibari e Crotone sullo Ionio e di Laos e Posidonia sul
Tirreno. Di secolo in secolo poi, questo legame fra cedro e religione
ebraica non è venuto più meno e, ancora oggi, ogni estate, i rabbini
vengono in Calabria per scegliere e raccogliere con le loro mani i
frutti più belli, indispensabili alla festa.

Si capisce così che il cedro, nato come elemento molto simbolico, non ha
avuto subito un’importante utilizzazione gastronomica. Solo in tempi
relativamente recenti è stato utilizzato per fare canditi, liquori.
Negli ultimi anni, grazie all’Accademia del cedro, è anche protagonista
di leccornie e piatti. La stessa natura del cedro ne ha condizionato il
destino. La sua conformazione, il modo com’è fatto, lo rendono un frutto
commestibile a metà o comunque non commestibile allo stato naturale. Per
molti il cedro è stato una specie a sé stante, ovvero una varietà del
limone. Secondo altre ipotesi addirittura il capostipite di questo.
All’apparenza si presenta di forma ovale allungata con un peso che può
arrivare fino a tre, quattro chili: Ha una buccia costituita da un
epicarpo verde rugoso all’esterno e un mesocarpo bianco, assai
consistente, generalmente dello spessore di un quarto del diametro
trasversale del frutto. La polpa centrale, a spicchi come quella di un
limone, è assai ridotta, costituisce il 30 per cento di tutto il frutto,
è piuttosto dura, ha un sapore acidulo e generalmente non si mangia.
Liquori e infusi si ricavano dalla scorza ricchissima di essenze di
gusto citrino, gradevolmente penetranti. Piccolissime quantità di frutto
sono destinate agli sciroppi. La maggior parte della produzione è
indirizzata alla salamoiatura e quindi alla canditura. In pratica è
candita l’intera scorza che comprende sia l’epicarpo verde che il
mesocarpo bianco. La polpa sbuzzata prima della canditura non trova
nessuna utilizzazione.

Di cedro candito sono grossi consumatori gli
Stati Uniti d’America che, prima della guerra, assorbivano da soli la
metà della produzione italiana e i paesi del centro-nord Europa il cui
consumo negli ultimi anni è salito fino ad assorbire l’80 per cento
della nostra produzione. La parte destinata al mercato interno è
utilizzata soprattutto in pasticceria e, fino ad una decina d’anni fa,
il cedro candito veniva messo anche nei panettoni di natale per i quali
invece sono preferiti oggi surrogati più economici. La coltivazione del
cedro è molto faticosa. La pianta è molto delicata e ha bisogno di un
clima molto mite, d’acqua e di protezione dal freddo. Per questo motivo,
in concomitanza con la fine della raccolta dei frutti, che avviene a
novembre e fino ad aprile, si provvede a coprire le cedriere con canne
o, com’è avvenuto negli ultimi anni, con reti di plastica. Per
facilitare queste operazioni, le pian te sono coltivate basse e potate
ad un’altezza mediamente non superiore ad un metro e mezzo. Le
operazioni di coltura devono essere eseguite manualmente e sono molto
faticose. Le tecniche di coltivazione non meccanizzate incidono
notevolmente sul costo di produzione del cedro, che è alto. In ogni caso
sono proprio le difficoltà della coltura a limitarne la produzione di
cedro nel mondo. Il cedro, infatti, è assente anche da molte zone a
spiccata vocazione agrumicola. Oltre che in Calabria le presenze più
rilevanti di cedro si trovano in Grecia, in Corsica, in Israele e a
Portorico.
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