| |
| Cosa c'è da sapere...
|
|
CALABRIA... LIDO
DELLE SIRENE
In qualsiasi periodo che
scegli di venire in Calabria, sei sempre in vacanza ed esiste un
posto diverso per ognuno di noi, tutta da scoprire ed ammirare.
Calabria... due volte vacanza, fra mare e monti, un traguardo da
raggiungere, in terre da vedere, luoghi mitici, posti artistici,
tra storia ed archeologia; usi e costumi percorrendo: cultura,
tradizione e gastronomia. Qui la gente, in ogni paese, in ogni
luogo, manifesta doti di armoniosa accoglienza ed apre le porte
ai sentimenti, arricchendoli di fantasia.
Lungo le rive del mediterraneo, sulle coste Calabre le località
turistiche marine, sono arricchite di numerosi intrattenimenti e
servizi balneari di tutto rispetto. L'area verde del parco del
Pollino e le escursioni guidate in sentieri vi porteranno alla
scoperta della natura.
Nella Sila poi: il lago Cecita d'estate e Camigliatello per lo
sci d'inverno, sulla pista più favolosa del meridione, saranno
per voi un incanto. Percorrendo le località turistiche,
sarete presi dai gusti e dai sapori della nostra gastronomia che
ancora riserva ricette tipiche tradizionali e volendo si possono
gustare in alcuni ristoranti a gestione familiare, i veri
Fusilli Calabresi al sugo di capra- a raganella di pesce azzurro
- i Panicilli, tanto amati a Gabriele D'annunzio - il liquore di
Cedro - Salumi e formaggi che a volte non trovate in commercio
per la loro rarità e poi che dire dei vini: Moscato e Zibibbo.
Una Calabria tutta da visitare e gustare fino in fondo come un
buon bicchiere di vino.
Enzo
Caselli
Arte
La
provincia di Cosenza è molto ricca di testimonianze artistiche
tanto nelle zone adiacenti al mare che sui rilievi montani,
partendo dal capoluogo occorre visitare, la chiesa di San
Francesco ed il Duomo nel nucleo antico posto a sinistra del
fiume Crati e dominato dal castello Svevo-Angioino. Nella
valledel fiume Lao tra i massicci del Pollino e dell'Orsomarso
sono da vedere i ritrovamenti paeolitici nella grotta del
romito. La "civita " di Castrovillari con il castello a pianta
quadrilatera ed il Santuario di Santa Maria del castello è meta
obbligatoria per i visitatori del Pollino, cosi come Cerchiara,
dove in uno splendido scenario naturale si erge il Santuario di
Santa Maria delle Armi. Dalle coste dell'alto Ionio cosentino,
dopo una passeggiata nella zona archeologica di Sybaris, si può
scegliere di visitare il centro di rossano ( la Chiesa di san
Marco ed il Museo Diocesano con il famoso codice purpureo ) o
Corigliano con il bellssimo castello Compagna, struttura
quattrocentesca in ottomo stato di conservazione. Alle pendici
dei monti d'Orsomarso, Altomonte è u n autentico gioello di
costruzione medievale con stupendi paalzzi e chiese adornate da
monili ed opere d'arte. Particolarmente interessante è il centro
storico di San Giovanni in Fiore con la famosa Badia. A San
Demetrio Corone sono stupenti a mosaico della Chiesa di Adriano,
mentre sulla catena Paolana, tutti i centri arroccati presentano
motivi di interesse, dal Santuario di San Francesco a Paola,
alla porta del sangue di Guardia Piemontese, alla Chiesa di san
Bernardino di Amantea.
notizie a cura dell'APT
Cosenza
La Costa
Sul versante occidentale dal confine con la
basilicata inizia l'Alto tirreno cosentino dalla cittadina di
Praia a Mare, con la singolare Isola di DINO con le sue grotte,
i caratteristici abitati di Scalea e San Nicola Arcella, ed
anora la meravigliosa e archeologica per i suoi ritrovamenti
storica, mitica CIRELLA, per arrivare all'incantevole salotto
sul mare di Diamante città dei Murales. Spiagge lunghe e miste
di pietre, ghiaia e sabbia anche rossa prosegue il litorale con
Belvedere M.mo, Sangineto e Cittadella del Capo per arrivare a
Cetraro paese di pescatori e approdi portuali e più a sud
Fuscaldo e poi Paola con il suo Santuario di san Francesco, qui
si chiude la Riviera dei Cedri.

Fico D'india- Il nostro territorio è pieno di questi frutti.

L'uva bianca e altrettanto quella nera per la produzione di
vino è un'altra chicca delle nostre terre;
grazie al sole e al clima che fanno la loro parte importante.
 |




______________________________________________________
Genuinità di prodotti e pietanze
che troverete a Diamante.
Libro di ricette tipiche e tradizionali di Diamante.
   
|
Prodotti del territorio e cultura culinaria dei Diamantesi.
I Diamantesi, come scrive Leopoldo
Pagano, usano mangiare le olive in tre maniere: con l’origano, “a
raganella” fritte con aglio ed olio, alla concia, addolcite in acqua
e calce, e pestate, “ammaccate” con seme di finocchio e peperoncino.
In tutte e tre le maniere riescono gustose e buone per facilitare la
digestione. A tavola però il posto d’onore spetta al cedro. Candito,
trasformato in granita oppure in liquore attraverso l’infusione
della corteccia del frutto in alcool puro. Famosi in tutto il mondo
i “panicilli”, i panini di uva passa descritti magistralmente da
Gabriele D’Annunzio nella “Leda senza cigno”. L’uva passita viene
avvolta nelle foglie di cedro insieme a qualche pezzetto di cedro
candito, poi questi involtini vengono passati nel forno a legna.
Dolci tradizionali sono le “chinule”, ravioloni fritti farciti di
crema al cioccolato, che si fanno in casa per le feste di Natale. Il
paese ha origini recenti. Fondato nel 1642 come pertinenza dello
stato di Belvedere, Diamante appartenne ai Carafa fino al 1806. Non
vanta particolar origini storiche. Si è affermato negli ultimi anni
come una delle più importanti stazioni balneari della Calabria. A
Diamante c’è la sede nazionale dell’Accademia Italiana del
peperoncino che opera in tutta Italia. Interessanti, nel centro
storico, i murales di pittori provenienti da tutta Italia e
dall’estero. Il comune comprende inoltre la frazione di Cirella,
assai nota per i ruderi della città vecchia distrutta da Annibale,
poi dai Saraceni, dal Barbarossa e definitivamente nel 1806 dai
Francesi che la cannoneggiarono dal mare. Sia il centro storico che
la parte nuova e la frazione di Cirella si trovano sulla costa. Sono
comodamente raggiungibili dalla supestrada.
CEDRO
Fra tutti i prodotti tipici
italiani, il cedro è fra i più importanti. E dire cedro significa
Riviera dei Cedri. Perché tutta, o quasi tutta, la produzione
nazionale proviene dalla piccola fascia di costa calabrese compresa
fra Tortora e Cetraro che proprio da questo agrume ha preso il suo
nome. E’ una pianta antichissima, conosciuta già al tempo degli
Egiziani, quattromila anni fa, che da lì si è sparsa nel mondo
legandosi strettamente alle tradizioni e alle emigrazioni ebraiche.
Furono, infatti, gli Ebrei che ne diffusero la coltivazione prima in
Palestina e poi in tutte le altre regioni dove furono costretti ad
emigrare per sfuggire alle deportazioni; a cominciare da quelle in
Babilonia, settecento anni prima di Cristo, fino alla persecuzione
di Nabucondosor un centinaio di anni dopo e alla più tarda
disseminazione conosciuta col nome di Diaspora. Dio aveva detto a
Mosè: “Prenderete i frutti dell’albero più bello, dei rami di palma
e dell’albero più frondoso, dei salici del torrente e vi
rallegrerete dinnanzi al Signore Dio vostro”. Per gli ebrei, i
frutti dell’albero più bello sono i cedri. Senza di questi la festa
delle capanne non si poteva fare e perciò se ne portarono dietro i
segreti della coltivazione, dovunque andassero. Così il cedro è
arrivato in Grecia intorno al VI secolo A. C. insieme ai profughi
provenienti dalle regioni assire e da lì è passato in Turchia, in
Albania ed a Corfù. In Italia ha fatto la sua apparizione due o
trecento anni prima di Cristo per opera di quegli Ebrei ellenizzati
che sicuramente avevano seguito gli Achei fondatori delle colonie
agricole di Metaponto, Sibari e Crotone sullo Ionio e di Laos e
Posidonia sul Tirreno. Di secolo in secolo poi, questo legame fra
cedro e religione ebraica non è venuto più meno e, ancora oggi, ogni
estate, i rabbini vengono in Calabria per scegliere e raccogliere
con le loro mani i frutti più belli, indispensabili alla festa.
Si capisce così che il cedro, nato
come elemento molto simbolico, non ha avuto subito un’importante
utilizzazione gastronomica. Solo in tempi relativamente recenti è
stato utilizzato per fare canditi, liquori. Negli ultimi anni,
grazie all’Accademia del cedro, è anche protagonista di leccornie e
piatti. La stessa natura del cedro ne ha condizionato il destino. La
sua conformazione, il modo com’è fatto, lo rendono un frutto
commestibile a metà o comunque non commestibile allo stato naturale.
Per molti il cedro è stato una specie a sé stante, ovvero una
varietà del limone. Secondo altre ipotesi addirittura il capostipite
di questo. All’apparenza si presenta di forma ovale allungata con un
peso che può arrivare fino a tre, quattro chili: Ha una buccia
costituita da un epicarpo verde rugoso all’esterno e un mesocarpo
bianco, assai consistente, generalmente dello spessore di un quarto
del diametro trasversale del frutto. La polpa centrale, a spicchi
come quella di un limone, è assai ridotta, costituisce il 30 per
cento di tutto il frutto, è piuttosto dura, ha un sapore acidulo e
generalmente non si mangia. Liquori e infusi si ricavano dalla
scorza ricchissima di essenze di gusto citrino, gradevolmente
penetranti. Piccolissime quantità di frutto sono destinate agli
sciroppi. La maggior parte della produzione è indirizzata alla
salamoiatura e quindi alla canditura. In pratica è candita l’intera
scorza che comprende sia l’epicarpo verde che il mesocarpo bianco.
La polpa sbuzzata prima della canditura non trova nessuna
utilizzazione.

Di cedro candito sono grossi
consumatori gli Stati Uniti d’America che, prima della guerra,
assorbivano da soli la metà della produzione italiana e i paesi del
centro-nord Europa il cui consumo negli ultimi anni è salito fino ad
assorbire l’80 per cento della nostra produzione. La parte destinata
al mercato interno è utilizzata soprattutto in pasticceria e, fino
ad una decina d’anni fa, il cedro candito veniva messo anche nei
panettoni di natale per i quali invece sono preferiti oggi surrogati
più economici. La coltivazione del cedro è molto faticosa. La pianta
è molto delicata e ha bisogno di un clima molto mite, d’acqua e di
protezione dal freddo. Per questo motivo, in concomitanza con la
fine della raccolta dei frutti, che avviene a novembre e fino ad
aprile, si provvede a coprire le cedriere con canne o, com’è
avvenuto negli ultimi anni, con reti di plastica. Per facilitare
queste operazioni, le pian te sono coltivate basse e potate ad
un’altezza mediamente non superiore ad un metro e mezzo. Le
operazioni di coltura devono essere eseguite manualmente e sono
molto faticose. Le tecniche di coltivazione non meccanizzate
incidono notevolmente sul costo di produzione del cedro, che è alto.
In ogni caso sono proprio le difficoltà della coltura a limitarne la
produzione di cedro nel mondo. Il cedro, infatti, è assente anche da
molte zone a spiccata vocazione agrumicola. Oltre che in Calabria le
presenze più rilevanti di cedro si trovano in Grecia, in Corsica, in
Israele e a Portorico.
PANICILLI

Piacevano molto a Gabriele
D’Annunzio, che li ha descritti nella Leda senza cigno, e perciò
molti li chiamano Panicilli di D’Annunzio. Sono dei dolci tipici
della riviera, strettamente legati al cedro perché la loro
preparazione richiede tassativamente l’utilizzazione di foglie di
questo agrume. Per tutto l’Ottocento e fino alla metà del Novecento,
questa lavorazione è stata importantissima per la fragile economia
locale. Ancora negli anni Cinquanta, molte famiglie di Diamante
vivevano con i panicilli che si facevano nelle case ed erano
esportati in tutto il mondo. Negli ultimi anni la lavorazione dei
panicilli ha subito un grosso calo fino al rischio d’estinzione. Di
recente, sono sorte piccole aziende artigiane che hanno capito
l’importanza di questa specialità e stanno lavorando benissimo per
produrla e rilanciarla sui mercati. Per fare i panicilli ci vuole
innanzitutto la materia prima, l’uva zibibbo che si produce nel
territorio di Verbicaro, molto ricca di zucchero, scarsamente acida
e possibilmente di varietà apirena. Per trasformare l’uva zibibbo in
passuli sono necessarie una serie d’operazioni consolidate dalla
tradizione locale che ha sempre dato buoni risultati.

La prima operazione che viene
fatta è quella della cosiddetta lessia (lisciviatura): i grappoli,
legati con un sottile spago, sono infilati su di un bastone ed
immersi per poco tempo in una soluzione d’acqua calda e cenere di
legno, così come anticamente si faceva per il bucato, quest’operazione
formerà sugli acini un velo di cenere che avrà la funzione di
disinfettare il frutto e di renderlo inattaccabile da insetti e
parassiti. Si passano poi questi grappoli, così trattati nello
spannituro (stenditoio), per completare l’essiccazione. In questo
modo gli acini conservano un certo grado d’umidità e gli zuccheri
restano inalterati. La successiva operazione è quella della
deraspatura che, nel contempo avrà anche la funzione di selezione
permettendo di scartare prodotto non perfetto da destinare ad altri
usi.Ultimata la deraspatura, si passa al lavaggio del prodotto ed
alla confezione dei panicilli. Gli acini, nel numero di almeno venti
per ogni confezione, sono avvolti nelle foglie di cedro strettamente
legati con virgulti di ginestra e passati nel forno caldo. Le foglie
devono essere tassativamente di cedro. Sono queste, infatti, che
oltre a proteggere il prodotto gli trasmettono l’inconfondibile
profumo di cedro. Il calore del forno provoca lo scioglimento dello
zucchero contenuto negli acini che fa da legante, rendendo il
prodotto finito compatto, tanto che all’atto del consumo sarà
necessario staccare gli acini uno ad uno. Molti aromatizzano i
panicilli con pezzetti di cedro giallo non candito per conferirgli
il sapore caratteristico di quest’eccezionale agrume.
PEPERONCINO

Il peperoncino è un elemento
essenziale nella cucina calabrese. È raro trovare in Calabria un
piatto, una specialità gastronomica nella quale non ci sia il
peperoncino, fresco, seccato al sole o macinato. Tanto che è
impossibile pensare alla tipicità alimentare calabrese senza il
peperoncino. Il legame è forte a tal punto che in molti pensano che
il peperoncino sia una pianta originaria della Calabria. Il
peperoncino invece è un ortaggio scoperto da Cristoforo Colombo
nelle Indie occidentali e portato in Europa a bordo delle sue
caravelle nel 1496. Dapprima in Spagna e poi in tutti gli altri
paesi del continente. Da qui successivamente in Africa e in Asia
attraverso la via portoghese delle spezie. Questa vastissima
peregrinazione per le vie del mondo non è l’unica stranezza di un
frutto che quando è fresco viene considerato una verdura e quando è
macinato diventa una spezia. Certo è che in questo ultimo secolo il
peperoncino ha conquistato i gusti di tutti i popoli fino a
diventare il condimento più usato nel mondo dopo il sale marino. La
cucina povera ha subito trovato nel peperoncino un prezioso alleato
che oltre ad essere meno costoso delle spezie orientali, si è
rivelato subito un ottimo conservante dei cibi e dava sapore e
colore ai piatti che non l’avevano conferendo un’insolita ricchezza
soprattutto ai piatti poveri della cucina contadina.
Grazie alle sue virtù e alla sua
facilità di attecchimento il peperoncino si è diffuso nei paesi del
Mediterraneo ed è diventato l’anima della cosiddetta dieta
mediterranea. Ed è proprio questa la chiave di lettura per capire il
forte connubio fra il peperoncino e la Calabria dove è forte la
tradizione contadina con una varietà di piatti poveri fatti di
verdure, legumi e olio di oliva. In tutti i paesi calabresi il
peperoncino viene coltivato e ogni casa, trattoria, ristorante ha la
caratteristica collana appesa a porte e finestre per far meglio
essiccare i frutti e averli sempre a portata di mano. In Calabria
però non ci sono ancora vere e proprie culture intensive anche se
c’è qualche coltivazione nella piana di S. Marco Argentano,
Bisignano, Doria, Corigliano in provincia di Cosenza e inoltre a
Crotone e dintorni. Dovunque una produzione artigianale diffusissima
ed apprezzata ma che non ha ancora fatto il definitivo salto verso
l’industria. Sono tali e tante le specialità gastronomiche calabresi
col peperoncino che non è facile passarle tutte in rassegna.

|