
Tutti sognano il cinema. E nel
bellissimo borgo di Diamante, in Calabria, un gruppo di
quattro giovani amici ha finalmente il coraggio di
girare un film e, così, di sconvolgere la vita della
cittadina. Dalla banda del paese al cinico regista
“guru” ritiratosi a vita di contemplazione, dalle zie
che aspettano ancora l’amore al professore d’inglese,
dal parroco alla barista, per finire alle stelle del
mondo del cinema al di là dei confini della Calabria,
tutti rimangono coinvolti dall’energia, dalla magia e
dalla semplicità con cui i quattro ragazzi vogliono
costruire un presente e un futuro diverso. E per la
grande star che ha accettato generosamente di atterrare
in Calabria per girare il loro film, i giovani amici con
l’aiuto di tutto il paese prepareranno una grande festa:
una vera e propria “abbuffata”.
SCHEDA









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Diamante è una piccola località della Calabria la cui
unica peculiarità è l'assenza di qualsiasi avvenimento degno di essere
raccontato. I tre giovani protagonisti del film, che sognano di sfondare nel
mondo del cinema, lo sanno bene. Così come sanno bene che non sarà
facile portare a termine il loro cortometraggio, frutto di una storia
d'amore - sognata per trent'anni - fra una vecchia zia e un giovane
emigrante sparito nel nulla. Nella frenetica ricerca di un attore, i tre –
accompagnati da una spigliata fanciulla in cerca di successo – si
spingeranno fino a Roma, dove scoprono sulla loro pelle che le amicizie, i
contatti e le conoscenze, contano molto di più della voglia di fare.
Matrimoni e funerali, partenze e ritorni, forse addii.
L'inno della provincia di Mimmo Calopresti è un'operazione ardimentosa, il
cinema che parla di cinema ha perso fascino, non ha più appeal, eppure, dopo
aver visto questi tre giovani aspiranti registi affannarsi per portare a
termine il loro film, si ha l'impressione di aver visto qualcosa di nuovo,
di vitale, di genuino. Questa abbuffata di cinema, vissuta nei suoi luoghi e
raccontata dagli occhi dei suoi personaggi dividerà forse la critica, ma
rappresenta bene il desiderio atavico di un cinema che ogni tanto ricorda a
se stesso i propri vizi e le proprie virtù, parlando di ciò che è stato e di
ciò che sarà, con il tocco leggero della commedia all'italiana che non
esiste più: non per decorrenza dei termini, ma per manifesta incapacità dei
nostri registi contemporanei.
Calopresti no, conosce bene i rischi del caso, li evita tutti e, quando
proprio non ne può fare a meno, ammicca quasi scusandosene. Critica feroce
al sistema televisivo che fu già del
Fellini di
Ginger e
Fred, non a caso i personaggi divi dei reality show vengono
descritti come corpi senza materia, anime votate al delirio di onnipresenza.
La pellicola ricorda di tanto in tanto che ognuno ha i suoi ruoli e le sue
competenze, ma rovesciarli è una deriva inevitabile. Registi che fanno gli
attori, attori che fanno i registi, critici – televisivi e non – che
farneticano dall'alto di un pulpito inesistente. Il viaggio a Roma, nei
luoghi sacri del cinema, ormai templi della peggiore delle degenerazioni
sociali (la cosiddetta tv), porta a un affrettato rientro a casa.
Ma nulla è perduto: il sud, il sole e il gusto per la buona tavola,
convinceranno un grandissimo attore – nientemeno che il divo Depardieu - a
recarsi lì in pellegrinaggio per permettere ai tre giovani di coronare il
loro sogno. Nella speranza che l'abbuffata, cosi com'è, non si trasformi in
bulimia. Delizioso.